Omelia: Siamo cristiani o mercenari?

Usando Mt 9,36–10,8, padre Jonas parla del pericolo di essere mercenario nella vita cristiana durante la Messa delle 8 del 20 settembre 2026 presso la Chiesa di San Pietro in Montorio a Roma.

Apparteniamo alla famiglia di Dio.

Dio vi benedica.

Ecco il testo dell’omelia:

Le letture di oggi ci chiedono: siamo cristiani o mercenari?

Un pericolo della vita cristiana è diventare mercenari, cioè persone che cercano soltanto il proprio posto in Paradiso e i buoni sentimenti che vengono dalla preghiera e dalle opere buone. Le notizie di guerre, scandali e tragedie possono spingerci a pensare solo a noi stessi e ai nostri bisogni.

Questo atteggiamento è presente anche tra alcuni protestanti ed evangelici, a causa del loro principio del “solo Cristo”. Si dice: «Credo in Cristo. Non ho bisogno di nessuna Chiesa o di nessuna religione».

Nella parabola, il Signore ci mette in guardia da questo atteggiamento mercenario. Alla fine, i primi lavoratori ricevono il loro stipendio, ma non condividono la gioia del padrone. Dio Padre desidera che celebriamo con tutti i santi e gli angeli il compimento del lavoro condiviso. Questa festa accade sempre in Paradiso.

Gesù ci ama, ma non vuole che viviamo isolati nel mondo. Sa che le difficoltà della vita cristiana sono troppo pesanti da portare da soli. Anzi, ci chiama insieme nella sua famiglia, nel suo Corpo Mistico, la Chiesa. In una famiglia, ogni membro lavora per vivere, si sostiene nelle tribolazioni e gioisce quando gli altri ricevono una buona notizia.

Nella seconda lettura, san Paolo ci insegna una lezione importante. Per lui, godere la vita eterna con Cristo è fondamentale, ma non abbandona il lavoro che ha davanti: aiutare la comunità dei credenti, i nuovi arrivati nella fede. Come un buon padre, Paolo nutre i cristiani finché anche loro desidereranno la vita con Cristo e lavoreranno con entusiasmo per gli altri.

Il vero lavoro della vita cristiana è la crescita di Cristo in ogni persona. Bisogna creare relazioni con gli altri. A volte durano molti anni; altre volte sono brevissime. In ogni incontro possiamo nutrire la presenza di Cristo negli altri con una parola o un buon atto. Non conosciamo subito l’impatto della nostra generosità. Per esempio, una persona mi ha ringraziato perché un mio consiglio l’aveva aiutata molti anni fa. Eppure, io non ricordavo nulla della situazione.

Allo stesso modo, saremo sorpresi in Paradiso quando conosceremo pienamente l’effetto delle nostre azioni buone. Questa sorpresa diventerà gioia, amore e ringraziamento a Dio. La moltiplicazione dell’amore in noi — non semplicemente un posto in Paradiso — è la vera ricompensa del lavoro che Dio ci affida. Come un bicchiere, grande o piccolo, è pieno quando non può contenere altro, così la nostra gioia sarà piena secondo la misura che Dio ci ha dato.

Alla fine, non lamentiamoci con Dio perché chi ha lavorato meno riceve la stessa gioia in Paradiso. Condividiamo non solo le difficoltà, ma anche la pienezza della gioia e del frutto del lavoro. Non siamo mercenari, ma una famiglia.

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